Duecento scienziati lanciano l’allarme sostanze chimiche tossiche

sostanze-tossicheRecentemente più di 200 scienziati provenienti da 38 Paesi hanno chiesto di frenare la produzione globale e l’utilizzo di sostanze chimiche presenti in centinaia di lubrificanti e prodotti resistenti all’acqua (prodotti di consumo e industriali).
Le nazioni dovrebbero agire subito per limitare l’uso dei composti tossici che possono persistere per lunghi periodi nell’ambiente allo scopo di evitare gravi danni alla salute umana e all’ambiente, scrivono gli scienziati nella dichiarazione pubblicata sulla rivista Environmental Health Perspectives. Tuttavia, i gruppi industriali sostengono che le sostanze chimiche utilizzate sono sicure.
 Le sostanze chimiche sintetiche, chiamate sostanze alchiliche perfluorurate (PFAS) sono composti costituiti da una catena alchilica idrofobica parzialmente o interamente fluorurata di lunghezza variabile (in genere da C4 a C14) e un gruppo idrofilico. Tali composti sono resistenti al calore e possono essere utilizzati per rendere i materiali sia idrorepellenti sia resistenti agli oli e alle macchie. Queste proprietà speciali fanno dei fluorurati un ingrediente chiave per una vasta gamma di prodotti: pentole antiaderenti, cosmetici, materiali di imballaggio per alimenti (ad es. i sacchetti di popcorn per microonde), attrezzature impermeabili per svolgere attività all’aperto, tappeti e schiume antincendio. I PFAS sono quasi indistruttibili e per tale motivo possono persistere per decenni nell’ambiente accumulandosi nei tessuti degli animali selvatici e degli esseri umani.
I ricercatori hanno scoperto che due dei prodotti fluorochimici più studiati, il Perfluoro-ottano-sulfonato (PFOS) e l’acido perfluoroottanoico (PFOA) possono danneggiare il fegato e interrompere la riproduzione e lo sviluppo sia della fauna selvatica sia degli animali da laboratorio. Nuove prove epidemiologiche indicano che i composti possono causare problemi simili negli esseri umani.
Una crescente preoccupazione riguardante l’impatto dei composti chimici come PFOS, PFOA e altri fluorurati ha da una parte spinto l’industria a eliminare volontariamente dalla produzione alcune delle sostanze chimiche e dall’altra ha spinto alcuni governi a imporre una regolamentazione; questi due fattori hanno contribuito a un brusco calo dell’utilizzo di alcuni di questi composti chimici. Tuttavia, molte aziende hanno sostituito i PFAS a “catena lunga” (composti così chiamati per via della lunghezza della loro catena di atomi di carbonio) come i PFOS e i PFOA con alternative a “catena corta”.
I rappresentanti del settore industriale sostengono che tali sostituzioni sono sicure. “I dati scientifici mostrano che i PFAS a catena corta sono sicuri e possono offrire importanti vantaggi per la collettività”, scrive Jessica Bowman, direttore esecutivo del FluoroCouncil, organizzazione americana che rappresenta le aziende che utilizzano il fluoro per realizzare prodotti fluorurati.
I 208 scienziati che hanno firmato la “Dichiarazione di Madrid” hanno a tal proposito un’opinione diversa. Le alternative a “catena corta” hanno minori probabilità di accumularsi negli animali e nell’uomo (il bioaccumulo infatti tende ad aumentare con la lunghezza della catena degli atomi di carbonio) tuttavia, tali composti continuano a concentrarsi nelle piante. Quindi “se ad esempio un essere umano ingerisce regolarmente delle piante contaminate da un’elevata concentrazione di composti PFAS a catena corta, tale individuo avrà un’esposizione elevata irreversibile”, sostiene Ian Cousins ricercatore dell’Università di Stoccolma, che è uno dei 14 autori della dichiarazione.
A preoccupare il ricercatore è soprattutto la longevità dei composti a “catena corta”. Se ad esempio i composti dovessero finire nell’acqua potabile “i PFAS a catena corta rimarranno nell’acqua potabile per secoli2 scrive Cousins. “La persone che berranno l’acqua saranno molto esposte e non sarà facile ridurre tale esposizione”. I fluorurati “non andranno mai via” e potranno degradarsi solo dopo lunghi periodi, “tempi geologici”, aggiunge Arlene Blum direttore del Green Science Policy Institute di Berkeley, in California e autore principale della dichiarazione. Per evitare problemi futuri, le nazioni devono agire adesso da una parte per limitare tali sostanze chimiche solo per gli “usi essenziali” e dall’altra per effettuare investimenti nello sviluppo di composti alternativi non fluorurati, sostengono i ricercatori.
La Danimarca è l’unico Paese che attualmente regolamenta i PFAS a “catena corta”, ma solo imponendo limiti sui materiali che entrano a contatto con gli alimenti. Inoltre gli sforzi per studiare gli effetti globali dei molteplici tipi di PFAS sono enormi perché le aziende sono riluttanti nel rilasciare i dettagli (spesso proprietari) riguardanti le quantità e le caratteristiche delle sostanze chimiche utilizzate. La Dichiarazione di Madrid esorta i governi e le aziende a rendere accessibili pubblicamente tutti i dati disponibili sulle alternative, piuttosto che costringere i ricercatori (finanziati con fondi pubblici) a spendere ingenti somme e anni di studio per analizzare le proprietà e gli effetti di tali prodotti commerciali.
L’adozione di alternative più sicure è fondamentale, dichiara Bruce Lanphear, esperto di salute ambientale della Simon Fraser University, Canada che non ha firmato la dichiarazione. “Troppo spesso”, scrive il ricercatore, “sostanze con una tossicità nota sono state sostituite da altre sostanze che in seguito si sono comunque rivelate tossiche”.
Il ricercatore inoltre ritiene che il mondo che regolamenta il settore della chimica non sia pronto a rispondere in maniera efficace a tale esigenza. “In assenza di un efficace sistema di regolamentazione potremmo aver bisogno di decine se non di centinaia di queste dichiarazioni, ciascuna per ogni sostanza tossica o presunta tale” scrive Lanphear.
Nel mese di marzo scorso, il comitato scientifico del California’s Environmental Contaminant Biomonitoring Program ha deciso all’unanimità di avviare il monitoraggio di tutte le classi di PFAS subito dopo aver appreso che i PFAS a “catena corta” utilizzati negli imballaggi dei prodotti alimentari sono stati rilevati nel sangue umano.
Secondo gli osservatori l’attivismo dello Stato della California è degno di nota in quanto rappresenta uno dei maggiori mercati mondiali per quanto riguarda i prodotti di consumo. A livello internazionale esiste la “Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti (POP)”, un accordo sulla regolamentazione delle sostanze chimiche promosso nel 2001 dalle Nazioni Unite ed entrato in vigore nel 2004 che gli Stati Uniti purtroppo non hanno ratificato. Tale accordo ha già imposto rigidi limiti ai PFOS e forse si potrà arrivare in tempi brevi alla loro completa eliminazione.
I gruppi industriali guardano con attenzione a tali sviluppi tuttavia, lo studio di alternative efficaci potrebbe essere difficile. Anche se i ricercatori sono riusciti a sviluppare valide alternative ai PFAS a catena lunga, Bowman nota che tali sostanze sono inadeguate per molte applicazioni perché non soddisfano i requisiti in termini di prestazioni.

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