Tanto tuonò che piovve: è la crisi di un governo che non doveva nascere

silvio-berlusconi

Ci siamo: la crisi è iniziata come era inevitabile che fosse date le caratteristiche di una maggioranza tenuta insieme con lo sputo e con un Cavaliere tristemente avviato al patibolo. Vediamo ora che può succedere.

Primo nodo da risolvere: Letta cade o no? Questo dipende da diversi fattori: il numero di dissidenti Pdl, cosa farà il M5s e se ci saranno altri dissidenti. Ma, anche se dovesse passare la fiducia al Senato, che prospettive avrebbe?

Le dimissioni in massa dei parlamentari Pdl comporterebbero obbligatoriamente le nuove elezioni?

Di per sé, le dimissioni di un rilevante gruppo di parlamentari non comporta lo scioglimento delle Camere, ma se a dimettersi fosse la metà più uno (dei 315 elettivi, nel computo non andrebbero considerati i senatori a vita) il Parlamento (per lo meno la singola camera interessata) non sarebbe più rappresentativo e lo scioglimento diventerebbe obbligato.

Ad esempio, può succedere che alle dimissioni in massa di Pdl e Lega si aggiungano quelle dei M5s, sulla carta si tratterebbe di 157 su 315, uno in meno della maggioranza ed, a quel punto, deciderebbero i 7 senatori di Sel che sono all’opposizione di Letta ma non è detto che si dimettano con gli altri. In ogni caso, bisogna poi vedere quanti dissidenti potrebbero esserci fra grillini e Pdl. Facciamo l’ipotesi che a dimettersi siano meno della metà più uno, ma comunque un numero alto (poniamo 140), in teoria si potrebbe procedere con la sostituzione, proclamando i primi non eletti ma ci sarebbero problemi sia tecnici che politici. Ad esempio, in Lombardia la destra ha vinto ottenendo il premio di maggioranza ed ha eletto più della metà dei senatori, per cui non ci sarebbero candidati sufficienti a rimpiazzare i dimissionari e questo potrebbe ripetersi anche per le altre regioni in condizioni simili. Per cui avremmo un Senato incompleto, con un certo numero di seggi vacanti, anche perché pure i sostituti potrebbero dimettersi a loro volta.

Risultato: avremmo un Senato a composizione quasi dimezzata. Indire elezioni suppletive per occupare i seggi mancanti? Accadde nel 1972 quando, a causa della morte del senatore della Val d’Aosta quella regione restò senza rappresentante e si votò di nuovo in quella regione. Ma si trattava di un caso particolare in un collegio uninominale. Nel nostro caso non c’è nessuna legge che lo preveda e non si saprebbe come fare.

Dunque, resterebbe il problema di un Senato a composizione ridotta, il che porrebbe problemi di ordine politico e costituzionale non secondari. Pertanto, anche se Letta ottenesse la maggioranza sarebbe molto difficile proseguire come se nulla fosse. Senza contare che il partito (o i partiti) dei senatori dimissionari potrebbero reagire con l’ostruzionismo sistematico alla Camera, magari con continue verifiche del numero legale.

Concludendo sul punto: può darsi che Letta resti in piedi anche grazie ai nuovi senatori a vita, ma per quanto? Sino al 2015? Cioè far durare una situazione così anomala per altri 18 mesi? Mi sembra molto difficile.

Il governo Letta ha combinato molto poco in questi mesi e non solo per il suo carattere eterogeneo, ma anche per l’inconsistenza personale sua e dei suoi ministri, per la mancanza di serie indicazioni programmatiche che non fossero l’esecuzione pronta, rispettosa e leale dei decreti dell’ “Europa”. Combinerebbe di più nei mesi successivi in una situazione come quella descritta? E cosa?

Dunque, realisticamente, prima o poi si andrà a nuove elezioni. Tutto sta a vedere se in autunno o in primavera, magari accorpando politiche ed europee. Che differenza farebbe? Molta direi. Votare subito significa votare con il Porcellum e con le conseguenze che è facile immaginare (prevedibilmente si riprodurrà l’impasse al Senato), sarebbe la soluzione più frontale, con probabili effetti sullo spread ecc ecc. Ma significherebbe anche far saltare in aria il meccanismo golpista di riforma della Costituzione messo in piedi in questi mesi. E bloccare, almeno per ora, il banchetto delle privatizzazioni.

Più o meno la stessa situazione ci sarebbe se votassimo a febbraio, come l’anno scorso, salvo che nel frattempo ci sarebbe la pronuncia della Corte Costituzionale e per votare occorrerebbe modificare, anche di poco, la legge elettorale nei punti eventualmente dichiarati incostituzionali dalla Corte.

Vice versa, votare fra marzo e giugno potrebbe (ma non necessariamente) essere fatto con una legge elettorale diversa, però si potrebbe avviare il banchetto delle privatizzazioni e cercare di portare a termine la riforma della Costituzione. Il che, da un punto di vista costituzionale, sarebbe un orrore senza precedenti: non solo la riforma sarebbe stata decisa da un sinedrio di “saggi” non eletti da nessuno, ma a ratificarla sarebbe un Parlamento monco. Ormai siamo abituati ad una gestione molto disinvolta delle questioni di ordine costituzionale, ma qui saremmo davvero al colpo di Stato senza neppure la parvenza di legalità.

Dunque, conviene mettere subito le carte in tavola e capire dove stiamo andando a sbattere. Ad esempio, il M5s potrebbe spiazzare tutti offrendo un’astensione al Senato per 2-3 mesi a due condizioni: immediato blocco dei lavoro della commissione per la riforma costituzionale e delle privatizzazioni e riforma elettorale con alcuni punti fermi.
Ora vediamo che succede…

Aldo Giannuli

Fonte

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