Siria, la posizione italiana e l’uso delle basi in Sicilia

Caccia militari

L’Italia, si sa, è stata in questi anni particolarmente servile con la Banca centrale europea. Lo dimostrano i governi “tecnici”, imposti dalla Bce e da centri di pressione economica come la Bilderberg. I trattati internazionali e le alleanze politiche fanno sì che anche in ambito militare non vi sia praticamente alcuna scelta per il nostro Paese. Di volta in volta cambia chi tira i fili, secondo però un ambito ben ristretto ed ecco che a turno il burattino tricolore si agita ora di qua e ora di là. Così è stato con le politiche economiche dettate dalla Germania. Così è stato con le scelte militari decise dalla Francia in occasione dell’attacco alla Libia. Così è oramai dalla fine del secondo conflitto mondiale, salvo rare, rarissime eccezioni. È chiaro che questo è ancor più evidente quando l’ordine arrivi da Washington.

Fa dunque abbastanza sorridere il no annunciato pomposamente dal governo italiano all’utilizzo delle basi siciliane per i raid che colpiranno Damasco. Sì, perché la sicurezza con cui il ministro degli esteri Bonino e il premier Letta hanno affermato che l’Italia obbedirà solamente in caso di richiesta dell’Onu è un po’ lo specchietto per le allodole, buono per propaganda spicciola. E non è difficile scoprirne il perché.

“L’Italia – ha affermato Letta – per tradizione e quadro giuridico richiede la legittimità alla presenza di atti coperti delle Nazioni Unite, lo abbiamo ribadito agli Stati Uniti e agli Alleati europei, chiedendo una forte condivisione della condanna nei confronti del regime di Assad”. Frasi che sembrano piene di contenuto, se non fosse che rivelano proprio la sudditanza del nostro Paese, pronto a “fare la propria parte” se le circostanze lo richiederanno.

Infatti, in questa prima fase dell’intervento non è stato chiesto all’Italia l’utilizzo della basi dislocate nel nostro territorio, per il solo fatto che i raid inizialmente colpiranno postazioni mirate e partiranno da basi non italiane. Si tratta delle postazioni militari dislocate in Turchia, in Giordania, a Cipro (dove c’è una base inglese) e a Creta, che “ospita” una base americana. In questo frangente dell’Italia, di fatto non c’è alcun bisogno. Ed ecco dunque spiegato il perché delle parole di Letta e l’apparente suo metter le mani avanti a nome del governo italiano. Una presa di distanze inutile, perchè priva di alcun effetto pratico.

È evidente a tutti, però, che tale bombardamento è solamente una prima fase, che servirà a spianare la strada ai ribelli, per poi sferrare un attacco in grande stile al cuore del governo di Damasco. Ed è in questo secondo momento, che ovviamente, l’Italia non potrà più tirarsi indietro, poiché sarà proprio l’Onu, a quel punto, a legittimare l’invasione finale della Siria e il rovesciamento di Assad. A quel punto non basteranno più le basi “mediorientali”, ma sarà necessario utilizzare anche quelle italiane di Brindisi, Trapani Birgi, Sigonella e Gioia del Colle.

Il pretesto per l’attacco, come si sa, è l’uso delle armi chimiche da parte del governo di Assad. Peccato, però, che fino ad ora gli osservatori Onu presenti in Siria non abbiano trovato alcun riscontro alle certezze sostenute dai governi Usa, francese e britannico.

Suona, poi, non proprio come una minaccia (come frettolosamente detto dai mass media occidentali), ma come una triste realtà, l’affermazione del viceministro degli esteri siriano Faisal Maqdad, secondo il quale “Usa, Gran Bretagna a Francia hanno aiutato i terroristi che usano armi chimiche in Siria, e gli stessi gruppi presto potrebbero colpire l’Europa”. Infatti, fino ad ora, gli unici che avrebbero usato armi di distruzione di massa sarebbero proprio i ribelli anti-Assad foraggiati dall’Occidente, come testimonierebbe l’ambasciatore siriano all’Onu Bashar Jaafari che ha chiesto al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon l’invio degli ispettori su tre siti che sarebbero stati attaccati dai ribelli proprio con armi chimiche. In particolare, l’inviato ha denunciato che i soldati siriani sono stati assassinati con gas velenosi in attacchi avvenuti il 22, il 24 e il 25 agosto nella campagna alle porte di Damasco. Attacchi, sui quali gli organi d’informazione occidentali abilmente non parlano.

siria-manifestanti

E dal governo siriano arriva in queste ore un’autodifesa che appare abbastanza realistica: “I Paesi che invocano la guerra sono gli stessi che hanno commesso massacri in Iraq, Libano e altri Paesi – dicono i sostenitori del governo – I gruppi terroristici che combattono il regime siriano, come il Fronte al Nusra, sono il braccio di Washington e di Israele nella regione”.
Insomma, in caso di attacco militare, c’è da scommettere che le ostilità saranno tutt’altro che di breve durata. E allora saranno dolori anche per la spocchiosa Italia. E a quel punto, non si potrà più negare l’utilizzo delle basi siciliane di Trapani e Sigonella.

Alberto Samonà

Fonte

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