La primavera araba è un inferno, Sicilia in prima linea, non è un film

Manifestazioni-in-EgittoL’Egitto è in fiamme, alla vigilia della guerra civile, si contano già a decine i morti; la Tunisia è in fiamme, per l’assassinio dei suoi leaders laici, presto potrebbe scatenarsi il finimondo; la Libia è una pentola a pressione, la guerriglia fra le tribù, sostenitori del vecchio regime, e “culture” diverse ed interessi contrapposti, non ha conosciuto un solo giorno di pausa; la Siria è in fiamme da quasi due anni, la guerra civile ha provocato un’ecatombe ed il suo futuro si annuncia ancora peggiore del presente, se fosse possibile immaginare il peggio alla ferocia di cui è stata vittima la popolazione.
 La primavera araba è diventata un inferno, che l’Italia osserva come se si trovasse in platea al cinema e assistesse ad Apocalypse now, emotivamente coinvolta, ma del tutto estranea agli eventi. Non ci riguarda.

Un atteggiamento sbagliato sotto ogni aspetto, infingardo e svantaggioso, che rispecchia l’indifferenza del mondo, la prevalenza degli egoismi nazionali ed internazionali (il veto di Cina e Russia sull’intervento in Siria, la tutela dell’Iraq nuclearizzato, la sindrome israeliana della difesa “cieca” e compulsiva). È inconcepibile, per non andare lontano, che la Sicilia, testa di ponte fra Europa e l’inferno arabo e mediorientale, escluda dalle sue cure – pur rilevantissime – il ruolo, inevitabile, che già oggi ha nello scacchiere militare mondiale.

Il Muos di Niscemi non è solo un mostro d’acciaio, tecnologicamente avanzato, ma uno strumento che punta gli occhi sull’inferno arabo. Uno dei quattro impianti di un sistema satellitare integrato che ha il compito di osservare, vigilare, controllare prevenire eventi giudicati dannosi per le potenze occidentali. Non è un’arma, ma un formidabile supporto per i sistemi di armamento. Gli altri tre “gemelli” hanno le stesse caratteristiche e descrivono, in modo inequivocabile, le aree sensibili del mondo come meglio non sarebbe possibile.

Del Muos in Sicilia si è discettato unicamente in rapporto al possibile danno alla salute per le popolazioni che lo ospitano. E Roma, che ha deciso la sua collocazione nell’Isola, non ha speso una sola parola sulla sua rilevanza militare, offrendo alcune elementari informazioni a coloro che, in definitiva, avrebbero ospitato il mostro d’acciaio. Il Muos è stato trattato come una querelle condominiale, la disputa sull’installazione di un’antenna tv sui tetti.
 La Sicilia non può certo pretendere di sedere al tavolo delle potenze internazionali e partecipare alle scelte, ma il suo governo e la sua gente hanno il diritto di sapere.
 Non è una questione di principio e i buona educazione, – le installazione si realizzano nell’Isola, gli ospiti hanno il dovere di raccontare ciò che stanno facendo in casa altrui.

Il Paese deve sapere quel che viene richiesto alla Sicilia, le popolazioni isolane devono sapere quel che a loro viene richiesto.
Non solo per fare il conto del dare e dell’avere, né per mera giustizia, che già basterebbe per giustificare la conoscenza, ma per un’etica della responsabilità collettiva e per una consapevolezza piena del proprio ruolo. Se la Sicilia, insomma, viene attrezzata per difendere le democrazie, la pace, gli interessi dei Paesi, è bene che qualcuno lo faccia sapere e non si faccia finta di niente.

Nei porti siciliani, Augusta più che altrove, la flotta navale degli Stati Uniti getta alla fonda le ancora delle unità da combattimento più potenti del mondo, presumibilmente dotate di ordigni nucleari. A Trapani e Catania, i due aeroporti militari, recitano una parte essenziale sia al tempo di crisi che nei giorni normali, con pattugliamenti e interventi frequenti.
Un contingente di marines, super specializzato, sosta ormai da alcuni mesi in Sicilia, pronto a raggiungere la vicina Africa e il vicino Medio oriente, ove necessario. Esercitazioni e manovre militari nel retroterra dell’Isola si compiono con periodica frequenza.
 L’Isola, inoltre, è l’area di sbarco più vicina per uomini, donne e bambini che fuggono dal teatro di guerra, dalla fame e dalla tirannide. Ed è assai prevedibile che la crisi egiziana, se dovesse aggravarsi, ci faccia ripiombare ai giorni dell’esodo libico e tunisino.

Rispetto a questo tremendo teatro di guerra che affida alla Sicilia enormi responsabilità, il governo della Regione è costretto a prendere atto di un “referto” dell’Istituto superiore della Sanità, che giudica in linea con i parametri internazionali, l’emissione delle onde elettromagnetiche del Muos, e a confrontarsi sulle tasse da aumentare nella sacca di crisi più grave del Paese. Alla Sicilia si chiede di tutto, e non si da niente. 
Forse è tempo di battere i pugni al tavolo. Non per domandare risarcimenti, ma parità di trattamento. Come pretesero i padri dell’autonomia, invano (gesti, parole, comportamenti, scelte miserabili non fanno onore alla Sicilia).
I siciliani devono battersi il petto e recitare il mea culpa se le cose stanno così, ma il processo dobbiamo rimandarlo. L’inferno arabo alle porte dovrebbe farci rinsavire. Se continua così, ne vedremo di tutti i colori. Purtroppo.

Salvatore Parlagreco

Fonte

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