Casta su casta, l’Italia dei privilegiati

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articolo di Valerio Valentini

L’art.18, che prevede il licenziamento solo in presenza di giusta causa, lungi dall’essere “un privilegio per operai e impiegati” che “frena il volano dell’economia” e “riduce gli investimenti”, è un diritto basilare. I privilegi e le zavorre, semmai, sono altri. Primo fra tutti il nepotismo, cioè quel meccanismo per cui i figli dei dipendenti si ritrovano troppo spesso nel posto che è stato dei loro genitori. Una meritocrazia di sangue, insomma, un meccanismo fastidioso ma che sembra davvero ben oliato, soprattutto nelle aziende pubbliche. Il che lo rende ancora più insopportabile, visto che la successione di padre in figlio, in quei casi, avviene alla faccia di tutti i contribuenti onesti, che pagano le tasse per vedersi scavalcati da chi ha un cognome migliore del loro.

Il caso dei Fornero’s, portato alla ribalta dalle ultime scoperte che allargano il potenziale conflitto di interessi, non è certamente l’unico. Facciamo un piccolo viaggio nell’Italia dei privilegiati.

Rai

Partiamo dalla Rai. Qualche anno fa, nel solito silenzio generale, Beppe Grillo diffuse i risultati di una ricerca che s’era preso la briga di fare. Andò a scovare, tra i circa 11 mila dipendenti Rai di allora, quanti erano quelli che avevano l’atavica garanzia di assunzione: i risultati furono impressionanti. Guardare per credere.


Poi ci sono le Poste S.p.a. partecipate al 100% dal Ministero dell’Economia, cioè foraggiate coi soldi nostri. Alla fine del 2009, l’azienda diretta da Massimo Sarmi inaugurò il cosiddetto Progetto Mix, detto anche Progetto Svincolo. In sostanza, si garantiva ad “almeno” 3000 dipendenti in prepensionamento l’assunzione dei rispettivi pargoli, per un lavoro part-time. Il tutto a patto che i “vecchietti” avessero raggiunto un’età sufficientemente veneranda e versato una congrua somma di contributi. I giovani rampanti, invece, dovevano essere degli under 30 in possesso di un diploma, oppure laureati con meno di 35 anni. Addirittura, nei casi in cui moglie e marito lavorassero entrambi alle poste e fossero entrambi in odore di pensionamento, si garantiva il posto a ben due figli. Il tutto senza alcuno scandalo. Poi, però, stando alle voci di alcuni testimoni che hanno voluto restare anonimi – e che noi vi riportiamo come tali – la situazione sfuggì di mano e i dipendenti sul viale del tramonto cominciarono a contrattare con conoscenti o semplici questuanti (senza alcun vincolo familiare) la successione del posto di lavoro, pretendendo una ricompensa superiore alla quota di incentivi a cui i dimissionari rinunciavano.
In ogni caso, a bloccare il progetto fu la Cgil, coerentemente al pensiero della Camusso, che ha più volte ribadito come “l’istituzionalizzazione della staffetta padri-figli” costituisca “una rottura di un principio di uguaglianza”. E di meritocrazia, aggiungiamo noi.

Finmeccanica

Altro caso di parentopoli è quello che ha riguardato per anni Finmeccanica e Selex, con la prima che controllava la seconda, e con la spiacevole coincidenza per cui a guidare le due aziende (entrambe pubbliche!) fossero marito e moglie: Pier Francesco Guargiaglini e Marina Grossi. Ma le coincidenze familiari non si ferma qui: alcuni ammiragli e generali delle forze armate e dei servizi segreti che comprovano armi da Finmeccanica, venivano puntualmente assunti dalla società stessa, portando in dote anche i loro rampolli. Nelle aziende direttamente controllate dall’ex gruppo di Guarguaglini, arrivarono così un Venturoni senior e un Venturoni junior, un Bellini senior e un Bellini junior, un Cucchi senior e un Cucchi junior, un Gallitelli senior e una Gabitelli junior. E anche l’ex capo del SISMI Nicolò Pollari, condannato in secondo grado a 12 anni di reclusione per il rapimento di Abù Omar nonché accusato di peculato e detenzione abusiva di informazioni riservate, ottenne un posto per il genero Andrea Brancorsini.

INGV

Spulciando nell’elenco dei dipendenti dell’INGV (l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), troviamo interessanti casi di parentela, di cui vi forniamo solo due esempi per amore della sintesi. Maria Luisa Carapezza, primo ricercatore in sismologia, è la moglie di Franco Barberi, membro del “Consiglio di valutazione scientifica” dell’INGV e vicario della Commissione Grandi Rischi, (tra l’altro indagato con l’accusa di omicidio colposo per il mancato allarme in occasione del terremoto a L’Aquila). Poi c’è Elena Eva, ricercatrice al “Centro Nazionale Terremoti” di Genova, che è figlia di un altro membro della Commissione Grandi rischi (e anche lui a processo a L’Aquila), Claudio Eva, ex presidente del “Gruppo nazionale di difesa dai terremoti” del CNR ed ex candidato sindaco di Genova per Forza Italia, nonché rappresentante della Presidenza del Consiglio nel direttivo dell’INGV. E, tanto per rispettare i valori della famiglia, allo stesso Centro Nazionale Terremoti di Genova lavora anche il marito di sua figlia Elena, ovvero Stefano Solarino.

Politica

Non potevamo dimenticarci, ovviamente, della politica. I nostri (sedicenti) rappresentanti che, ribadiamolo, sono dipendenti pubblici a tutti gli effetti, troppo spesso cedono all’amore filiale. I figli, si sa, sono pezzi di cuore, ma a noi costano un occhio della testa. Anche in questo caso, per non stancarvi troppo, riportiamo solo un paio di casi, sintomatici di una tendenza che è assolutamente bipartisan. Per quanto riguarda il Trota Bossi e tutta famiglia del Senatùr, ve ne avevamo già parlato. Ma c’è anche un altro gioiellino di famiglia: Fabrizio Indaco, dipendente del Ministero dei Beni Culturali nella “Direzione generale cinema” a Roma. Il giovane ben avviato è figlio di Manuela Repetti, deputata Pdl. E indovinate chi è il compagno della signora? Tale Sandro Bondi, guarda caso Ministro dei Beni Culturali ai tempi dell’assunzione dell’enfant prodige. Non solo: il buon Bondi, tra una poesia e l’altra, aveva trovato il tempo anche di riservare una consulenza da 25 mila euro l’anno per Roberto Indaco, padre di Fabrizio ed ex marito della Repetti, ritenendolo uno dei massimi esperti italiani di teatro e moda.

Confindustria

Anche in Confindustria ci sono cognomi che ritornano con una certa insistenza. Il caso più emblematico, in questo caso, è quello della presidente, Emma Marcegaglia, evidentemente eletta a cotanta carica per meriti paterni: quelli, cioè, di Steno Marcegaglia, indagato per traffico illecito di rifiuti e imputato nel processo Italcase-Bagaglino per il reato di bancarotta fraudolenta (assolto in appello nel 2009). Stesso processo in cui è stato assolto anche Roberto Colaninno, presidente di Alitalia, il cui virgulto, Matteo, è stato leader dei Giovani Industriali e ora milita tra le file del Pd.

Banche e Università

Veniamo ora ai due ambienti che, più degli altri, sono familiari ai nostri ministri tecnici e sobri. A proposito del mondo delle banche, Tito Boeri ha sintetizzato così la situazione del familismo dilagante: “Chi ha il genitore bancario, anche se è capra, campa. Senza bancario in famiglia, anche se non è capra, crepa”. Tutti gli istituti di credito, infatti, dai più piccoli ai più grandi, hanno un occhio di riguardo per i giovani con certi cognomi. Unicredit, ad esempio, nei concorsi di assunzione esercita un diritto di prelazione in favore dei figli di dipendenti che scelgono l’esodo volontario, a parità di valutazione con altri candidati. Intesa San Paolo, nel 2006, assunse 390 nuovi dipendenti, tra cui 213 eredi di ex impiegati. E, quando ancora ne era a capo, Corrado Passera decise di inserire nel gruppo dei precari da stabilizzare i figli dei dipendenti in pensione… E adesso sarebbero il governo della meritocrazia e dell’abolizione dei privilegi sul lavoro? Viva la coerenza! Anche il Monte dei Paschi di Siena tende a favorire i rampolli dai cognomi noti. E addirittura la BCC di Roma, siccome “è differente”, ha voluto esagerare. A partire dal 2010, secondo i nuovi accordi, il dipendente che sceglie l’esodo anticipato rinunciando agli incentivi ha la possibilità di segnalare all’azienda non solo un figlio, ma un qualunque familiare fino al terzo grado di parentela.
Infine l’università, il settore che in questo momento è maggiormente nell’occhio del ciclone a causa degli attacchi agli “sfigati” che non abbiano le conoscenze giuste come il geniale Michel Martone, e soprattutto per la sospetta eccellenza della figlia del ministro Fornero (di cui a breve vi racconteremo con più chiarezza). Ebbene, Stefano Allesina, studioso italiano fuggito all’estero, all’università di Chicago, ha condotto una ricerca, “Measuring Nepotism: the Case of Italian Academia”. Questo studio, “statisticamente rozzo”, come ha detto lui stesso, dal momento che si basa solo sulla frequenza di certi cognomi nei medesimi atenei, ha comunque messo a nudo una situazione piuttosto imbarazzante, e potrà permettere di stanare i tanti, troppi figli e nipoti di illustri accademici che siedono dietro le cattedre.

Quello che emerge è un quadro sconcertante. Eppure non una parola è stata spesa in questo senso da Monti e i suoi super-ministri. Evidentemente, per loro il vero problema del mondo del lavoro è l’articolo 18 e la monotonia del posto fisso. E non questa brutta Italia che tiene famiglia.

Fonte

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