Greenpeace: sostanze nocive, grandi marche sportive e indumenti

In un altro periodo del nostro vivere la recente ricerca commissionata da Greenpeace avrebbe fatto tremare il mercato delle grandi firme della moda sportiva e non. Ma vuoi il periodo di crisi e la narcotizzazione dei consumatori, probabilmente la notizia passerà inosservata. Proviamo noi a darne una maggiore visibilità.
Ma di cosa stiamo parlando? La nota associzione ambientalista ha voluto indagare nel campo dell’abbigliamento e capire se gli abiti e le scarpe vendute a livello globale dalle più grandi marche sportive sono realizzati impiegando sostanze pericolose durante una o più fasi del processo produttivo.

La ricerca è stata effettuata su 78 articoli di abbigliamento e scarpe sportive acquistati fra aprile e maggio 2011 nei principali store e negozi multi marche autorizzati presenti in 18 differenti paesi in tutto il mondo, Italia compresa.

Gli articoli, fabbricati per lo più in paesi emergenti, appartengono a 15 importanti marche di abbigliamento sportivo fra cui Abercrombie & Fitch, Adidas, Calvin Klein4, Converse, GAP, G-Star RAW, H&M, Kappa, Lacoste, Li Ning, Nike, Puma, Ralph Lauren, Uniqlo e Youngor. Fra i prodotti acquistati da Greenpeace ci sono per lo più t-shirt, giacche, pantaloni, abbigliamento intimo e scarpe in tela costituiti di tessuto naturale o sintetico e destinati a un
pubblico vasto e di differenti fasce di età: uomini, donne e bambini.

Una volta comprata la merce, Greenpeace ha inviato i campioni a un laboratorio indipendente per valutare la presenza di nonilfenoli etossilati.
Curiosi di conoscere il risultato? Vi anticipiamo subito il devastante risultato: 52 articoli su 78 acquistati sono risultati positivi alla presenza di nonilfenoli etossilati (NPE), sostanze sintetiche, impiegate come surfactanti anche nell’industria tessile, che una volta rilasciati nell’ambiente si trasformano in una sostanza pericolosa, il nonilfenolo (NP).

Il nonilfenolo è persistente perché non si degrada facilmente, bioaccumulante perché si accumula lungo la catena alimentare e capace di alterare il sistema ormonale dell’uomo anche a livelli molto bassi.

 

Il mercato internazionale di capi d’abbigliamento permette che tracce di sostanze pericolose vengano ritrovate nei prodotti di consumo venduti nei paesi importatori, dove spesso questi stessi composti sono stati vietati. È il caso dell’Europa dove l’entrata in vigore della Direttiva Quadro sulle Acque, nel 2001, ha posto le basi per adottare misure in grado di prevenire le emissioni di nonilfenolo nei corpi idrici entro 20 anni.

A questo assetto normativo si è aggiunta, nel 2003, la Direttiva sulla limitazione di uso e mercato di alcune sostanze pericolose (fra cui nonilfenolo, nonilfenoli etossilati e cemento) e poi, nel 2006, il Regolamento REACH (registrazione, valutazione e autorizzazione dei composti chimici) che detta norme più stringenti sull’uso di molte sostanze chimiche.

Se siete interessati a leggere con attenzione i risultati della ricerca, qui trovate l’intero report in italiano.

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