La Fiat da sputtanare

Antonio D’Amico ha lavorato per 32 anni in Fiat. A settembre del 2002 dopo una vita di sacrifici, sarebbe andato in pensione.  Anche il figlio Rosario lavora in Fiat. Lavoravano nello stesso reparto: la lastratura[1], dove si assemblano le lamiere, circa 300 persone. A fine febbraio del 2002, “Uno dei ragazzi con contratto a termine, – racconta Rosario– guidava un carrello non mi sembrava che avesse padronanza, mancò poco che mi venne addosso“. Alle 6.35 del  6 marzo del 2002, lo stesso ragazzo guidava un carrello elevatore, nell’area Ute,[2] con una velocità superiore a6 km orari, investì Antonio D’Amico. Portava due contenitori con lamiere, probabilmente superavano l’altezza consentita del metro e sessanta, dunque la visibilità era limitata. Il tutto avveniva sotto gli occhi di Rosario e sotto quelli di almeno altri trenta operai. Quel carrello aveva il marchio Cee, c’erano tre pedali, con un doppio sistema di frenata che garantivano un sistema abs, un pulsante sullo sterzo per la retromarcia. “Ma il ragazzo non ha visto mio padre e non ha fatto nulla per impedire l’impatto -continua Rosario- Finì a terra  sbattendo la testa. Abbiamo un’ambulanza in azienda, ma non era attrezzata dotata di ossigeno. Mio padre non ce la faceva a respirare, era fra le mie braccia e mi sentivo impotente. Sono trascorsi venti minuti prima che ne arrivasse un’altra. Intanto venne chiamata l’impresa di pulizia e pulirono tutta l’area dov’era avvenuto il fatto. E’ morto dopo 40 minuti di agonia, giunse all’ospedale già senza vita. Quando arrivò la magistratura non c’erano più prove, furono sequestrati settanta carrelli e questo mi consolava perché significa che qualcosa non andava. Nel mio reparto allora, il 75% degli operai erano precari, il sistema lavoro richiederebbe una formazione e un patentino per poter guidare i carrelli, ma di fatto non era così. In quel periodo avevamo in produzione la nuova punto, l’azienda contava molto sulle vendite perciò c’era bisogno di produrre a ritmi elevati. Ci sono registrazioni nelle quali si vede benissimo che i carrelli viaggiano ad una velocità almeno doppia rispetto a quella prevista per norma. Ciò significa che un operaio produceva per due.”

Il ragazzo precario venne licenziato, ma fu assunto da una ditta esterna, all’interno della Fiat alcune lavorazioni vengono esternalizzate. I colleghi di lavoro non avevano visto, parliamo di circa trenta persone.

L’avvocato della contro parte è il presidente degli ordini degli avvocati della regione Campania. Sono dieci anni che il processo va avanti, con rinvii. Il ragazzo è stato condannato in primo grado, ma Fiat in appello ha chiesto l’annullamento perchè il giudice non si è attenuto alle regole processuali.  In azienda sono accaduti altri infortuni mortali, ma offrendo un posto di lavoro, in una regione dove non ci sono molte alternative alla Camorra, le famiglie hanno accettato.

Che resta? La medaglia al lavoro. La mortificazione e umiliazione di Rosario come figlio, lavoratore e cittadino italiano. Una disperata voglia di visibilità, di dire a milioni di persone: “Non riesco proprio a capire perché non posso avere giustizia dopo aver perso il diritto ad un genitore ed il diritto al lavoro, perché in questo Paese ci vogliono prove su prove e forse la giustiziaha la sua responsabilità di inefficienza? Ma se non avessi assistito io all’incidente, mio padre sarebbe morto per cause sconosciute?”


[1] Nel capannone di Pomigliano D’Arco ci sono tre settori: montaggio, lastratura e verniciatura

[2] Una zona centrale dove gli operai possono fare una pausa e dove i responsabili distribuiscono il lavoro

Fonte

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